sulla ringhiera verso l'Oceano ad ascoltare, il gelato colava fuori e quando il sole ha finito di colare siamo rimasti

la frattura fra Masua e porto cauli solo per noi, i cinque faraglioni e da portu banda sull'asfalto verticale dai facciamo la gara, sei fuori, dai, circa devastante per poi decidere che no il bus ormai era andato, fermarci rallentare e vederlo vincere al fotofinish prima dell'ultima curva, ma tanto non volevamo più tornare.
tu hai preso cioccolato e nocciola, io nocciola e cioccolato, ho fatto causa all'eccesso di cacao per la gioia sghemba illimitata, ma ho perso, perché era colpa nostra.
(mi sono impegnat* un casino a succhiare i rimasugli di gelato dagli anfratti infidi della cialda e tu hai detto ma perché hai preso il cono? e io dico che non lo so ho cambiato idea – come sempre –, poj la mia cialda l'hai mangiata tu, quindi perché hai preso la coppa?)
periferia di Iglesias, salsedine addosso e i lampioni contro, seguire maps fino al forno forse esistente.
Fontamanare Ondosa.
il modo in cui la luce nella pineta ti arrivava addosso fra le illusioni d'ombra.
la seconda notte al forno, senza gps stavolta, strade diverse eppure ormai intime, i luoghi fatiscenti e quei bagliori verderame e case basse e disfatte come le auto polverose e FLASH con lui potrei anche
il tramonto a Nebida, quello cinematico che è venuto a cercarci e ci ha trovati pronti improvvisi. dalla gelateria alla terrazza un sentiero di gradini fra muri color zafferano e oggetti appesi come gufi metallici, acchiappasogni...
da qualche stanza uscivano i dire straits, ci siamo fermati sulla ringhiera verso il mare ad ascoltarla tutta, io cantavo, il gelato è colato fuori.
quando il sole ha finito di colare siamo rimasti sdraiati sul letto così all'incontrario abbracciati con la portafinestra come schermo, a contemplare una schiusa di stelle.
un'eternità, era un silenzio splendido e quasi impossibile.
il tramonto dopo invece lo abbiamo inseguito fino a Tharros. più si accumulavano ostacoli, il ritardo, la stanchezza, noleggi sprangati, mtb non elettriche introvabilj, gli spini, gomme sgonfie, l'amianto... più eravamo definitivamente determinati a prendercelo.
e cosí è stato.
tornare nel buio sulla provinciale senza vedere un cazzo, stagnj bui, le escavatrici buie, i clacson di chi avrebbe potuto ammazzarci spaccavano il buio con lo sdegno e gli abbaglianti, la rotonda sbagliata verso oristano perché le luci davanti illuminavano solo il manubrio.
come si spalancava mari ermi dopo la salita.
i salti fra le dune, la t-shirt nera legata in testa, il cono d'ombra sotto la postazione del salvataggio e provare a starci entrambi e addormentarsi sui quarzi, come mi sentivo al sicuro senza niente a parte te e uno zaino mezzo vuoto e una mtb scassata la cui catena si sarebbe sganciata a caso qualche km più in là.
cucinare nel bungalow, la tua espressione assorta perché fai sempre le cose bene anche quelle casuali.
la stanza a torre del pozzo, vogliamo anche noi le pareti blu ruvide, possiamo asportare queste dai rubiamo l'intonaco.
la cena chic a tonno e pangrì davanti al mare, non so perché i covoni sono così fotogenici o forse eri tu, molto più di s'archittu.
come erano diagonali gli schianti d’onde sotto la torre e quanto poco sarebbe bastato a precipitare, quanto è vertiginoso se affondi lo sguardo e il pensiero abbastanza a lungo.
i pomodori di mare al crepuscolo a punta negra, non si aprivano e hai detto dai ci torniamo a cercarli apertj, lo abbiamo fatto ma stavano sempre chiusi fra le correnti.
gli yogurt con le schiacciatine.
stop.
volevo dire qualcosa non so che cosa, forse fare esplodere sotto le parole un altro di quei silenzi impossibili che con te esistono e lo so ma ogni volta è come se no, e non voglio abituarmi mai, qualcuno dice che ci si abitua comunque, dove sta scritto, nel DNA? io non voglio, punto, forse è per questo che sono nat* con il quarantaseiesimo cromosoma al contrario, per te.
il modo in cui hai detto che avevo fatto una fesseria a metterci acqua di mare sulla ferita e mi hai lasciato tutte le caramelle gommose alla fragola.
– e se c'è davvero il cane?
– no. non un dobbermann.
– prendi una pietra. si sa mai.
– pijala anche tu.
– non c'è nemmeno la videosorveglianza. è tutta scena.
woofwoof
– ecco vedi. i dobberman non abbaiano.
le lavatrici con oggetti intrusi dentro, le docce notturne fuori con la pompa perché dentro non funzionava, dove andiamo oggi qualche posto che non esiste.
le Saline ho adorato che le adorassi, così con i ciottoli l'acqua vera e torbida e l'aria impregnata di posidonia e quelle folate che parlavano di noi.
quando stamattina hai detto se facevamo colazione con le barrette nesquik (quelle ammaccate rimaste dal mare di fuori, praline sparse fra scogli e lenzuola) e che ora dobbiamo comprarle anche qua, sempre.
Sempre.

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